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  • Altitudine 434 m s.l.m. | Abitanti 893

L’origine di Sambuci è legata, come quella di molti altri paesi della valle dell’Aniene, all’afermarsi dell’ordine Benedettino nel Lazio e in particolare alla storia dell’abbazia Sublacense.

La prima notizia documentata di un insediamento nella zona in cui oggi sorge Sambuci è infatti il General Privilegio con cui il Papa Nicolò I confermava all’abate Leone di Subiaco tutti i beni del monastero e tra questi anche «Sambucicum ecclesia sancti thomae.in desertis posita». Il privilegio è collocabile tra 858 e 867 d.c., anni del pontificato di Nicolò I. La stessa citazione è riportata nel General Privilegio di Gregorio V all’abate Pietro, del 28 Giugno 997 d.c. . In un ulteriore documento del 971 d.c., che ratifica una permuta avvenuta tra gli abati Leone di S. Cosimato, Damiano di Cava, e Giorgio di Subiaco, troviamo menzionato il Fondum Sambuculum. Sambuci infatti passò per alcuni anni tra i possedimenti del primo, interrompendo così la continuità dei territori Sublacensi che arrivavano fino alla riva destra del torrente Fiumicino, confine Ovest del fondo. Per ricostruire tale continuità i due abati firmarono un atto alla presenza di Amizone, Vescovo di Tivoli, e delegato del Papa: Leone cedette il Fundum Sambuculum, ubicato, in territorio tiburtino a circa sette miglia da Tivoli con terre, campi, prati, alberi da frutta e con edifici, antichi adiacenti ad un colle, torrenti e fondi, ed in cambio ottenne il fundum lucianum. Nella Prima metà del 400 probabilmente anche i Colonna furono a Sambuci, ma non sappiamo con quale ruolo.

Del loro passaggio rimane una lapide che ricorda la sepoltura della sorella di Papa Martino V e uno stemma di famiglia sulla parete esterna di uno stabile in via dello Scontrone.

Dal XVI sec. in poi la storia di Sambuci si identificò sempre più con quella del suo castello che con casupole e terreni passò, con il benestare della chiesa di Roma, sotto il governo di numerose famiglie nobili laziali fra le quali anche i conti Merei, dichiarati eredi da Maria di Antiochia, figlia di Giovan Francesco.

Alla fine del 500 per decisione della Sacra Rota il Feudo passò dai Merei agli Zambeccarri, signori di Arsoli, per essere quindi affidato dallo stato pontificio, intorno agli inizi del 600 alla nobile famiglia romana degli Astalli che governarono il piccolo paese per circa 150 anni con il titolo di Marchesi. Nel 1878 gli atti notarili lo vogliono acquistato definitivamente da Don Girolamo Theodoli, figlio della marchesa Laura. I Theodoli, ultimi nobili a Sambuci e signori anche di Ciciliano e S.Vito Romano, incentivarono il lavoro nei campi e promossero la costruzione di mulini per l’olio e per il grano, nominado Rodolfo Rinaldi quale amministratore delle loro proprietà. Vittorio Emanuele III, con un decreto regio del 1926, riconobbe il titolo di marchese di Sambuci a tutti i primogeniti discendenti da Alberto, figlio di Girolamo Theodoli. Alberto entrò in possesso del feudo nello stesso anno della morte del padre e il castello svolse per la famiglia il ruolo di vera e propria residenza di campagna.

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